COME FUNZIONA
Il ritratto come privilegio democratico
Mi presento, sono Settimio Benedusi.
Ho incominciato a fare fotografie a 13 anni e per tutta la vita ho fatto sempre e solo il fotografo professionista.
Sono anche giornalista e ho collaborato per più di dieci anni con il Corriere della Sera.
Per molti anni ho lavorato per giornali e riviste come fotografo di moda e pubblicitario,
girando il mondo e realizzando servizi fotografici e copertine per riviste patinate.
Qualche anno fa, per varie ragioni, tutto questo ha smesso di soddisfarmi. Ho sentito il bisogno di usare il
linguaggio che conosco, la Fotografia, per raccontare qualcosa che per me fosse più importante e profondo.
Ho così cambiato radicalmente ciò che facevo e, soprattutto, il modo in cui lo facevo.
In realtà è successo in maniera molto semplice: sono tornato alle origini del mio lavoro e della Fotografia stessa.
Mi spiego meglio.
Quando ho incominciato a fotografare, nella mia Imperia, facevo ritratti ai miei amici alla morbida luce laterale di una finestra.
Poi sviluppavo le pellicole in bianco e nero e le stampavo in camera oscura.
Quelle fotografie le conservo ancora oggi, più di quarant’anni dopo.
Queste sono le mie origini.
Ma, in qualche modo, sono anche le origini della Fotografia.
Un minimo di storia.
Prima dell’invenzione della Fotografia, nella prima metà dell’Ottocento, la possibilità di lasciare la propria faccia ai posteri,
e quindi una testimonianza del proprio passaggio su questa terra, era privilegio di una ristrettissima élite:
di chi poteva permettersi il tempo e il denaro necessari per farsi ritrarre da un pittore.
Tu che mi leggi hai in casa un quadro del trisavolo marchese? Dell’antenato duca? Magari sì, ma è piuttosto improbabile.
Hai invece quasi certamente una fotografia di tua nonna, di tuo papà, forse persino dei tuoi bisnonni.
Perché è esattamente ciò per cui la Fotografia è stata usata fin dalla sua nascita: fotografare le persone
e offrire a tutti un privilegio che fino a quel momento era appartenuto a pochi.
Negli ultimi decenni qualcosa si è perso. Il fotografo artigiano, quello da cui almeno una volta nella vita si andava
per farsi fare un ritratto, è quasi scomparso, spazzato via dai telefonini e dalle nuove tecnologie.
Non ho assolutamente nulla contro i telefonini e le nuove tecnologie. Ne sono, come tutti, un grande utilizzatore.
Così come uso i social network e tutto ciò che il digitale ci mette a disposizione.
Penso però che la tecnologia vada usata con raziocinio e consapevolezza.
E sono consapevole che una parte enorme delle fotografie che facciamo ogni giorno con i nostri telefoni inevitabilmente scomparirà.
Finirà in un marasma di vecchi dispositivi, hard disk rotti, password dimenticate, account abbandonati e tecnologie diventate obsolete.
Pensate alle fotografie che vent’anni fa avevate salvato su un floppy disk. Oggi come fate a guardarle?
Se chiedete a un ragazzo di vent’anni cos’è un floppy disk, probabilmente non ne ha mai usato uno. Eppure ci sembra una tecnologia di ieri.
Cosa succederà allora tra venti, cinquanta o cento anni? Riusciremo ancora a leggere le nostre chiavette USB?
Gli hard disk? I formati digitali che utilizziamo oggi?
Il paradosso è evidente: noi possediamo le fotografie dei nostri nonni, mentre rischiamo che i nostri nipoti non possiedano le nostre.
Le fotografie di noi stessi, di chi amiamo, della nostra famiglia e dei nostri affetti non sono soltanto immagini.
Ci aiutano a costruire un’identità. Ci dicono da dove veniamo, chi abbiamo amato, chi c’era prima di noi. Tengono insieme le generazioni.
C’è poi un altro fatto. Con i moderni telefonini è diventato facilissimo fare belle fotografie.
La tecnologia corregge la luce, il colore, la messa a fuoco, la pelle, persino i nostri difetti.
Ormai è quasi difficile fare una fotografia tecnicamente brutta.
Ma non basta. Perché per realizzare una fotografia che non sia semplicemente bella, ma che abbia un senso, uno sguardo,
una progettualità e un racconto, serve ancora qualcuno che sappia guardare.
È da questa convinzione che nel 2018 ho fondato RICORDI STAMPATI – Fotografia Popolare, fin da subito insieme al mio
attuale socio e giovane talento Guido Stazzoni, coinvolgendo negli anni molti altri grandi professionisti.
L’idea era, ed è ancora oggi, semplicissima: riportare nell’uso comune, facile, inclusivo e democratico l’antico privilegio del ritratto fotografico.
Qui realizziamo Ritratti Fotografici, li stampiamo e li incorniciamo subito, affinché possiate tornare a casa con qualcosa di fisico tra le mani.
Una testimonianza, un racconto, un’esperienza e soprattutto un oggetto che ha l’ambizione di attraversare il tempo.
Una fotografia che possa stare su una parete oggi e, magari, essere guardata da qualcuno tra cinquant’anni.
Non siamo qui semplicemente per farvi belli. Per quello qualsiasi applicazione del vostro telefonino riesce benissimo.
Viviamo anzi dentro un’estetica sempre più uniforme, che corregge i volti, cancella le differenze, leviga la pelle,
modifica i corpi e finisce per renderci tutti più simili. Una specie di bellezza obbligatoria che rischia di cancellare
proprio ciò che rende interessante una persona: la sua unicità.
Può quindi darsi che nelle fotografie che vi faremo non vi piacerete: ovviamente noi facciamo di tutto perché non succeda!
Quando fotografiamo due persone capita continuamente che, guardando lo stesso ritratto, una dica: «Io proprio non mi vedo,
non mi piaccio. Ma tu sei venuto benissimo!». E l’altra dica esattamente la stessa cosa.
Forse perché siamo abituati a cercare nelle fotografie la versione di noi stessi che vorremmo vedere.
Noi cerchiamo altro.
Non siamo qui semplicemente per farvi belli.
Abbiamo la presunzione di essere qui per provare a farvi vedere chi siete.
Ed è forse questo, oggi, il senso più profondo di quel privilegio democratico nato quasi due secoli fa con la Fotografia:
lasciare una traccia di noi stessi, delle persone che amiamo e del tempo che abbiamo vissuto.
Una traccia vera, fisica, stampata.
Grazie per vivere con noi questa avventura e per affidarci qualcosa di così personale: la vostra faccia, le vostre famiglie, i vostri affetti, le vostre storie: LA VOSTRA VITA.
Vi ringraziamo della fiducia e vi aspettiamo con felicità.
Settimio Benedusi
Guido Stazzoni
PS: tutte queste parole si sarebbero potute evitare, lasciando solo questo meraviglioso commento postato da una nostra “cliente” (mi fa strano, devo ammettere, usare questa parola).
Eccolo: